Gli affreschi

Per la decorazione interna Agostino Chigi chiamò i migliori artisti del tempo per eseguire negli spazi interni cicli di affreschi con caratteri innovativi e secondo un programma iconografico interamente improntato alla classicità, suggerito dallo stesso committente che si avvaleva di un circolo di umanisti ed in particolare di Cornelio Benigno da Viterbo.

LA LOGGIA DI PSICHE

Nella loggia, che in origine era aperta,  è dipinto il ciclo con le Storie di Amore e Psiche, tratte da Apuleio[1], opera di Raffaello a cui si deve sicuramente il disegno anche se la stesura fu affidata essenzialmente  ai suoi allievi (Raffaellino del Colle, Giovan Francesco Penni, Giulio Romano, Giovanni da Udine).

Al centro del complesso sistema figurativo spiccano le grandi rappresentazioni del Conciclio degli dei e del Convito nuziale, tra finti arazzi tesi tra festoni. Nei peducci si trovano i vari episodi delle Storie di Amore e Psiche. Nelle vele sopra le lunette putti con gli attributi delle varie divinità. Le peripezie di Psiche ripercorrono la medesima travagliata salita sociale di Francesca Ordeaschi, amante di Agostino Chigi, che da cortigiana si elevò al rango di moglie legittima del banchiere.

Le scene sono inserite in un intreccio di festoni vegetali, opera di Giovanni da Udine.  La presenza degli intrecci vegetali  accresce il senso di continuum della loggia con il giardino; vi sono riconoscibili la bellezza di circa duecento specie botaniche, soprattutto domestiche, tra cui anche numerose piante importate dalle Americhe, scoperte solo pochi anni prima.

SALA DEL FREGIO

Segue a sinistra la sala del Fregio, forse uno studiolo del committente. Le pareti, alle quali erano forse appesi arazzi, vennero affrescate nella fascia superiore da Baldassarre Peruzzi (1511 circa) con piccole scene mitologiche monocrome poste in sequenza, raffiguranti le Imprese di Ercole sul lato nord e in parte sul lato est, e altri episodi mitici, tratti dalle Metamorfosi diOvidio, nel resto del fregio. L’interpretazione complessiva è generalmente riferita al contrasto tra ragione e passione, tra sfera apollinea e sfera dionisiaca. Si tratta di una delle prime opere pittoriche di Peruzzi a Roma e lo stile risente ancora delle esperienze senesi.

SALA DI GALATEA

Una delle sale contigue alla loggia è la Sala di Galatea, un tempo con archi aperti sul giardino, che vennero chiusi nel 1650. La sala deve il nome all’affresco di Raffaello con il Trionfo di Galatea, che rappresenta la ninfa su un cocchio tirato da delfini, tra un festoso seguito di creature marine. Accanto all’affresco di Raffaello si trova il monumentale Polifemo di Sebastiano del Piombo (1512-1513), prima opera dell’artista veneziano a Roma, arrivato proprio al seguito del Chigi.

Allo stesso artista si devono anche otto delle dieci lunette con immagini mitologiche, dipinte con i toni particolarmente ariosi, tipici del colorismo veneto. Raffigurano:

  1. Tereo insegue Filomela e Progne
  2. Aglauro ed Erse
  3. Dedalo e Icaro
  4. Giunone
  5. Scilla taglia i capelli a Niso
  6. Caduta di Fetonte
  7. Borea rapisce Orizia
  8. Zefiro e Flora

Un’altra lunetta mostra una testa a monocromo che la tradizione popolare vuole dipinta da Michelangelo, venuto in visita all’amico Sebastiano del Piombo, e desideroso di dare un bell’esempio di studio anatomico al rivale Raffaello; in realtà l’opera è da ascrivere a Peruzzi.

Baldassarre Peruzzi affrescò anche la volta, con vari temi mitologici entro riquadri geometrici, determinati dall’architettura dipinta che si raccorda a quella della parete. Al centro, in un ottagono regolare, si trova lo stemma del committente, affiancato da due scene più lunghe, pure di forma ottagono allungato: a sinistra la Fama annuncia la gloria terrena del banchiere, vicino a Perseo che uccide la Medusa, secondo un’iconografia derivata dall’Urania di Giovanni Pontano e dalle Mitologie di Fulgenzio; a destra Elice, la ninfa del polo celeste, ricorda come gli onori terreni dipendono dal favore degli astri. Seguono dieci pennacchi (doppi agli angoli, per un totale quindi di 14) con varie figure mitologiche/simboliche e dieci esagoni con varie divinità, intervallate negli spazi triangolari residui da putti a cavalli di animali fantastici a monocromo. Negli esagoni si vedono il Ratto di GanimedeVenere in Toro, Apollo/Sole in Sagittario, che ricorda il segno del Chigi (nato il 29 novembre 1466 alle 21.30), Mercurio inScorpione e Marte in BilanciaDiana/Luna in Vergine (l’ascendente del Chigi al momento del concepimento), e ancora Ercole e il leone nemeoErcole e l’idra di Lerna,Leda e il cigno (indicatore per determinati movimenti astrologici), Giove in Toro (influenza benigna che determiona il carattere generoso e magnanimo di Agostino), Saturno nella Vergine. In definitiva si tratta quindi della raffigurazione dell’oroscopo personale di Agostino Chigi.

I dipinti della sala vennero ritoccati nel 1863 e restuarati nel 1969-1973.

SALA DELLE PROSPETTIVE

Al piano superiore si trova la Sala delle prospettive, dipinta illusionisticamente nel 1518-1519, da Baldassarre Peruzzi e aiuti, come se fosse una loggia aperta sul paesaggio. Si tratta della sala più importante della residenza e qui Agostino Chigi tenne il suo banchetto nuziale nel 1519.

Ai lati corti del lungo salone che atrraversa l’intero corpo di fabbrica, Peruzzi dipinse due finte logge con colonne architravate, affacciate su vedute in cui sono state riconosciuti scorci di Roma, (il Tevere, la Chiesa di Santo Spirito, la porta Settimiana). La decorazione è completata con elementi architettonici dipinti: fregio, nicchie, statue, pilastri. Sopra il grande camino Peruzzi dipinse  la Fucina di Vulcano, dando vita ad una lunga tradizione che vede il dio del fuoco associato ai domestici caminetti di tutta Europa. Il grande fregio dipinto che corre lungo tutto il salone nella parte superiore delle pareti raffigura scene mitologiche eseguite dal Peruzzi e dalla sua bottega, intervallate da finti bassorilievi con erme femminili.

La struttura decorativa della finta loggia era completamente nuova ed ebbe una grande fortuna, tanto da essere annoverata da Gombrich tra gli antecedenti della pittura di paesaggio.

Gli affreschi vennero completamente ridipinti nel 1863, ma recuperati dai restauri del 1976-1983.

Nella sala delle prospettive sono state individuate sulle pareti incisioni e graffiti vandalici risalenti al sacco di Roma del 1527 compiuti da lanzichenecchi che bivaccarono nella villa. Nel corso di  restauri, tra le colonne, è venuta alla luce la  scritta,  in lingua tedesca, che sarcasticamente recita: “1528 – perché io scrittore non dovrei ridere: i Lanzichenecchi hanno fatto correre il Papa”.

SALA DELLE NOZZE

L’attigua camera da letto fu voluta dal Chigi in previsione delle sue nozze con la sua amante Francesca. Mentre Raffaello ancora attendeva con i suoi collaboratori agli affreschi della Loggia di Amore e Psiche, al primo piano già fervevano i lavori di ristrutturazione della camera che avrebbe accolto i novelli sposi. Era la stanza più intima della villa e Agostino Chigi, volendo alludere alla sua funzione, ne affidò la decorazione nel 1517 a Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, un pittore nato a Vercelli ma da tempo attivo tra Siena e Roma. Sulla base di una “prima idea” di Raffaello, questi elaborò nel 1519 sulle pareti del locale, sotto un magnifico soffitto a cassettoni decorato a monocromi, un sintetico ciclo con scene della vita di Alessandro Magno, soggetto destinato a glorificare del committente, identificato con il personaggio della classicità.

La decorazione è imperniata sulle nozze di Alessandro Magno e Rossane quali risultano da un celebre e perduto dipinto dell’antichità descritto da Luciano. Fulcro della narrazione, sulla parete nord, la scena stessa dell’ adempimento nuziale, con il condottiero macedone in atto di offrire la corona alla sua sposa la quale, attorniata da amorini, lo attende sul bordo di un sontuoso letto a baldacchino.

Le altre scene, lambite dalla delicata sensibilità paesistica del maestro, mostrano la magnanimità di Alessandro nei confronti della madre, della moglie e delle figlie di re Dario, la doma del cavallo Bucefalo (non esente da interventi estranei alla sua mano) e il momento culminante di una battaglia.

Particolarmente conosciuta la scena delle Nozze di Alessandro e Rossane, affrescata sull’intero lato nord, basata su fonti letterarie classiche, nel tentativo archeologizzante di ricostruire, attraverso la descrizione fatta da Luciano di Samosata, un dipinto del pittore greco Aezione[9]. Nell’affresco sono frequenti i richiami all’imminente matrimonio di Alessandro e Rossane, dai puttini alati alla fiaccola accesa sostenuta dal dio Imeneo, emblema delle nozze, ritratto alle spalle del seminudo Efestione, compagno del condottiero. Gli altri episodi legati al ciclo del condottiero sono la Famiglia di Dario davanti ad Alessandro, sulla parete est, Alessandro Magno doma Bucefalo, nel quale è riconoscibile, specialmente nella parte destra, la mano di un collaboratore, e Alessandro in battaglia nella parete sud. Del Sodoma anche Vulcano alla forgia con alcuni amorini che gli porgono dei dardi[8].

Esiste anche una lettura ermetica di questi affreschi del Sodoma, con analogie tra un significato manifesto della narrazione e uno latente, di ermeneutica alchemica, con le quattro fasi della Grande Opera (nigredo, rubedo, citrinitas, albedo) descritte con simboli crittografici.

Questi affreschi, ritoccati da Carlo Maratta nel XVII secolo, vennero restaurati nel 1974-1976.

L’elaborato soffitto a cassettoni, disegnato da Peruzzi, mostra dodici piccoli riquadri con scene dalle Metamorfosi di Ovidio, eseguiti poi dal Maturino aiutato probabilmente da un giovane Polidoro da Caravaggio.

NOTE

 

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